Ho fatto i soldi fornendo un prodotto richiesto dalla gente.
Se questo è illegale, anche i miei clienti,
centinaia di persone della buona società, infrangono la legge.
La sola differenza fra noi è che io vendo e loro comprano.
Tutti mi chiamano gangster.
Io mi definisco un uomo d’affari.

Al Capone


Speakeasy e proibizionismo

Siamo negli anni del jazz e del Charleston, dei gangster e delle rese dei conti, gli anni di donne fatali e uomini pericolosi, del grammofono, del cinema, dell’art déco, ma soprattutto siamo negli anni dell’alcol, l’impetuoso e invincibile alcol, contro il proibizionismo.

Cocktail, whiskey, gin, liquori, superalcolici, un tripudio di coppe, bicchieri e bottiglie. Fiumi di alcol da buttare giù, sorso dopo sorso, goccia dopo goccia.
Siamo negli anni in cui sparatorie e orchestre di jazz infuocano le strade di Chicago e New York, in cui l’invisibile è più gustoso del visibile, il proibito più succulento del lecito.

Speakeasy nel periodo del proibizionismo
Al Capone e gli speakeasy

Gli anni del gangsterismo e di Al Capone, il nemico pubblico numero uno, l’imperatore indiscusso di Chicago.
Siamo negli anni degli speakeasy, i centri del proibito per antonomasia e luoghi d’elezione del divertimento sfrenato. Locali segreti nascosti da un’agenzia di onoranze funebri, magari, come viene descritto in A qualcuno piace caldo, o dietro il negozio di un barbiere, come ne Il Grande Gatsby.

Gli speakeasy erano ovunque negli Stati Uniti e in Canada, in qualsiasi zona urbana si entrasse era presumibile che non si fosse lontani da uno di questi saloon illeciti. A New York divennero ben presto addirittura più del doppio rispetto ai locali legittimi che c’erano prima della proibizione. Perché, se è vero che il gusto per il proibito costituisce una delle più grandi seduzioni nella vita di ognuno di noi, l’epoca del proibizionismo ne è la più grande prova storica.


Speakeasy e divertimento